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Ouejdane Mejri parla di primavera araba

19 marzo 2012 – Per prossimo giovedì 22 marzo alle ore 21,00 presso la Biblioteca di via dei Platani, il Gruppo Shalom Salam Pace ha organizzato un incontro pubblico con Ouejdane Mejri, presidente dell’associazione Pontes che raggruppa i tunisini in Italia. Ouejdane Mejri , tunisina, vive e lavora in Italia, dove insegna Informatica  al Politecnico di Milano. E’ presidente dell’associazione apolitica e areligiosa Pontes dei tunisini in Italia, che opera per un’interazione tra il Sud e il Nord del Mediterraneo. Titolo e tema della serata sarà “La primavera araba e la sfida della democrazia: le evoluzioni socio-politiche in atto nel mondo arabo”. Di seguito pubblichiamo l’interessante intervista che Paolo Lecis, coordinatore del Gruppo Shalom Salam Pace, ha realizzato per QuiArese a Ouejdane Mejri, la quale parla del significato della primavera araba, analizzandone la genesi e le conseguenze non solo per i paesi coinvolti ma anche per l’Europa e l’Italia.

Lei signora  Mejri è conosciuta da molti italiani perché ha partecipato diverse volte a L’Infedele, programma di La 7 diretto da Gad Lerner. Lascio che sia Lei a presentarsi…
Potrei presentarmi iniziando dall’età anagrafica e dall’origine. Sono tunisina e ho trentacinque anni, vivo in Italia da lungo tempo e sono ricercatrice di informatica presso il Politecnico di Milano. Sono membro fondatore e presidente dell’associazione Pontes, un’associazione culturale che agisce per avvicinare gli italiani al mondo arabo, incentivando un dialogo che coinvolga in maniera particolare i giovani e le donne. Scrivo per varie testate tunisine e italiane tra cui il blog delle seconde generazioni Yalla Italia! e per il magazine “Mediterraneaonline”, finestra aperta su tutto ciò che succede nei Paesi del Mediterraneo.

Parliamo delle rivolte scoppiate in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, Paesi che possiamo definire “vicini” all’Italia per ragioni geografiche, ma anche culturali ed economiche. Perché sono scoppiate le rivolte? In modo particolare, perché in Tunisia?
Il movimento di contestazione e di rivolta che sta portando alla fine di regimi dittatoriali come quelli di Ben Ali, Moubarak e Gheddafi hanno in comune la presenza da decenni di sistemi autoritari molto repressivi, che hanno portato non solo all’assenza delle libertà individuali e politiche ma anche alla presenza di sistemi di corruzione di governo che hanno fatto arricchire pochi “eletti” e impoverire i ceti più deboli della società. Questo vento di libertà e di dignità è nato in Tunisia per poi contagiare i vicini arabi perché la popolazione tunisina non poteva più continuare a stare in silenzio ma è riuscita invece ad abbattere il muro della paura e uscire unita nelle strade del paese per chiedere la fine della dittatura.

Questi avvenimenti  vengono  denominati rivolte, rivoluzioni, primavere: quale di questi termini descrive meglio le trasformazioni, oggi in atto, nei Paesi del Sud del Mediterraneo?
Preferisco parlare di rivoluzione. Perché la rivoluzione non è solo quella del cambiamento politico e istituzionale, per me la rivoluzione inizia dal rivoluzionare “l’essere cittadino sotto la dittatura”, ciò che muta una persona che ha passato la vita in silenzio per farla diventare quel “pazzo” che rischia la vita, che rischia di non tornare più nel proprio Paese, che rischia ma alla fine riconquista il suo essere “umano”. La rivoluzione è anche quell’insieme di “Persone che non hanno più paura e che, in nome della libertà, rischiano ogni giorno la propria vita affinché il mondo li ascolti, affinché i regimi crollino, affinché (ci auguriamo) vengano sostituiti dal popolo sovrano” come diceva la mia amica Sumaya Abdel Qader parlando della Siria.

Nel febbraio del 2011, la professoressa Merien-Faten Dhouib  ha scritto: “Il dono del 2011 è stata una lezione di vita per tutti i tunisini dal ceto più povero e popolare fino a quello borghese. Il ricco ha imparato a guardare il povero. Il povero ha gridato la sua sofferenza, la sua ingiustizia la sua fame”. Sono affermazioni troppo ottimistiche o esprimono semplicemente il sentire del popolo tunisino?
Meriem-Faten Dhouib, con queste parole, descrive molto bene il processo  attualmente in atto in Tunisia ma anche in altri Paesi arabi che hanno scelto di rivoluzionare le loro società. I giorni delle rivolte per strada hanno permesso per la prima volta alle nostre società di essere unite di fronte al nemico comune: la dittatura. Società frammentate e atomizzate dai regimi repressivi in cui i cittadini non riuscivano a sentirsi parte di un progetto comune. Oggi le distanze tra le classi sociali non sono sparite ma si è potuto finalmente guardare l’uno l’altro in faccia e acquisire la consapevolezza di una unità. La rivoluzione, infatti nasce nei villaggi del centro-sud tunisino, luoghi abbandonati dal governo ma anche della società stessa e questo è stata veramente una lezione per tanti.

Quale è stato il ruolo svolto dalle donne in questi avvenimenti da molti inaspettato?
Le donne in Tunisia sono morte insieme agli uomini, diventando martiri per la libertà e la dignità. Uguali agli uomini, hanno riempito le strade. Non mi dimenticherò mai l’immagine di una mamma con il figlio neonato, legato attorno al petto, in una manifestazione di poche decine di persone affrontando un cordone di polizia. Non mi dimenticherò mai quelle avvocatesse in toga che per prime sono uscite insieme ai loro colleghi a gridare slogan contro l’oppressore. Non dimenticherò mai quelle signore anziane che gridavano ai poliziotti pronti a sparare che anche loro erano i loro figli.

Molti in Occidente pensano che religione musulmana e democrazia siano inconciliabili: quale è la sua opinione in proposito?
I sostenitori della tesi secondo la quale i Paesi musulmani non possono conciliare la fede musulmana con la libertà sono stati sicuramente presi alla sprovvista quando proprio dalle piazze di questi Paesi, giovani, donne e uomini hanno affrontato la repressione armata dei regimi per chiedere la libertà e la dignità. La libertà è un dono che ogni essere umano possiede, al di là delle proprie origini o credenze, ma che non potrà essere esercitata se non con le condizioni adeguate. L’Islam ha portato, ai tempi della sua ricchezza economica e culturale, il suo contributo alla civiltà occidentale, malgrado tutti gli sforzi spesi oggi per dimenticarlo. Il mondo occidentale ha profondamente marcato lo spazio musulmano, in particolare attraverso la colonizzazione, e continua oggi ad  influenzarlo, certe volte per il meglio e altre per il peggio. Multe correnti di scambio esistono tra i “due mondi” e oggi più che mai questi scambi devono fluire nel senso della condivisione dei valori di libertà.

Quali sono le prospettive per i giovani, soprattutto, in questi Paesi?
In un momento di crisi economica mondiale, i giovani di tutto il mondo e in modo particolare dei nostri Paesi che stanno ancora combattendo le rimanenze dei regimi autoritari sono davanti a una sfida epocale. Quella di cambiare il mondo nel quale vivono. Noi ci stiamo lavorando a livello politico e istituzionale, costruendo la libertà che ci mancava. Il passo successivo sarà quello di cercare di costruire la dignità alquanto richiesta, che garantirebbe ai nostri giovani una pari dignità sociale, concetto chiave anche della Costituzione Italiana. Per rispondere alla sua domanda, ciò che aspetta i nostri giovani è essere innovatori nel costruire il proprio futuro perché è tutto nelle loro mani.

Crede che i rapporti politici, economici e culturali tra l’Italia e i Paesi del Sud del Mediterraneo riceveranno un impulso a seguito di questi avvenimenti?
L’Italia come tutti i Paesi dell’Europa che sono sempre stati partner economici ma anche politici importanti dei nostri Paesi devono sicuramente prendere atto dei cambiamenti che stanno avvenendo nelle nostre società e porsi per la prima volta come “partner” dei popoli e non solo dei governanti. Più che un impulso, i rapporti dell’Italia con i Paesi del sud del Mediterraneo dovrebbero prendere una svolta, quella della costruzione di nuovi modelli di interazione e di collaborazione, ribaltando anche per certi versi quella politica securitaria che sapeva di grande chiusura invece che di apertura.

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