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La Malesia di Paolo – Episodio 12

Questa settimana Paolo visita l’isola di Pulau Ketam, un pezzetto di Cina trapiantato in Malesia e ci parla del pragmatismo religioso dei cinesi che può essere riassunto più o meno così: preghiamo un po’ tutte le divinità di tutte le religioni e speriamo che almeno una di loro abbia il tempo di darci retta!

Kuala Lumpur, 5 maggio 2011 – Domenica ho preso il treno, la linea che da Kuala Lumpur porta al porto di Klang, per tuffarmi per un pomeriggio in un pezzo di Cina. Avevo letto nella mia guida di quest’isoletta di pescatori cinesi vicino alla costa occidentale, chiamata Pulau Ketam, letteralmente ‘L’isola dei Granchi’. Poco meno di un’ora e mezza da casa mia per raggiungere l’ultima stazione, quella da cui alcune settimane fa avevo preso un taxi per andare a visitare un’altra isola, Pulau Carey, quella in cui vive il gruppo aborigeno dei Hma’ Meri, che avevo descritto nel mio articolo. Questa volta invece, sceso dal treno, non dovevo far altro che raggiungere la banchina del porto distante una cinquantina di metri per prendere uno dei piccoli traghetti che in mezz’oretta portano all’isola. Salito sul traghetto ero praticamente già in Cina, circondato com’ero da decine di persone, adulti e bambini, del secondo gruppo etnico della Malesia per consistenza numerica, che parlavano tra loro in mandarino e nei diversi dialetti del sud della Cina che sono ancora molto vivi in Malesia; di sottofondo c’erano canzoni cinesi cantate da splendide ragazze che ammiccavano da uno schermo posto di fronte ai sedili.

Il traghetto naviga veloce lungo i canali di acqua marina che separano le varie isolette, costeggiando lunghi tratti di mangrovie finché non raggiunge il molo di Pulau Ketam. Praticamente si tratta di un grosso villaggio interamente costruito su palafitte, ma in cui le passerelle di legno che univano le case sono state sostituite da percorsi di cemento, che permettono anche la circolazione di biciclette. C’era un sacco di gente domenica, qualche malese ed indiano, un solo orang putih (uomo bianco, cioè io), mentre tutte le altre persone erano cinesi, in buona parte arrivate dalla capitale e dintorni per passare una giornata vicino al mare, a mangiare pesce e a fare compere. Se infatti Pulau Ketam era originariamente solo un villaggio di pescatori – e la pesca continua ad essere l’attività principale –, ora è diventata anche meta di questo turismo di fine settimana, e per questo si è preparata con decine e decine di ristoranti cinesi, negozietti e persino un paio di alberghi. Dal molo seguo Jalan Merdeka, la via principale, fino alla fine: il primo terzo è quello più turistico, poi si giunge al tempio cinese di Hock Leng Keng costruito nel tipico stile di questi templi, con tetti ricurvi con gli angoli in su e numerose piccole statue di draghi e divinità, oltre che, particolare curioso, animali marini vari (vedi foto). Da lì le case diventano più ‘tradizionali’ ad un solo piano di legno con veranda davanti; ci sono dappertutto scritte in caratteri cinesi e dalle porte spalancate si può osservare l’altare degli antenati, con le offerte ed i lumicini accesi. Da una parte c’è un fiumiciattolo, o più probabilmente un tratto di mare pieno di piccoli pescherecci ancorati, mentre qui e là al lato della strada si trovano altarini con varie divinità cinesi. La strada finisce davanti ad un altro tempio proprio dove comincia la vegetazione che circonda il villaggio.

I cinesi qui in Malesia sono di solito molto religiosi, anche se in modo diverso dai malesi. Il culto degli antenati è importantissimo, ed in casa non manca mai l’altare a loro dedicato, ma dove vivono molti cinesi c’è sempre almeno un tempio, a volte solo buddista, ma molto più spesso dedicato alle divinità tradizionali cinesi (vengono chiamati taoisti, ma in realtà con il taoismo del Tao The Ching non hanno molto a che fare) o un miscuglio dei due culti con elementi confuciani. La gente va, accende un bastoncino di incenso, prega davanti alle divinità (davanti alle quali ci sono sempre un sacco di piccole offerte, soprattutto frutta), si inchina varie volte e se ne va. È molto interessante questo pragmatismo e sincretismo dei cinesi: se invece di una sola divinità ce ne sono varie, tanto meglio, più possibilità che tra queste ci sia almeno una che ti sia favorevole. Mi è addirittura anche capitato di vedere cinesi pregare in templi induisti e una volta ho persino conosciuto un signore qui al tempio buddista tailandese vicino a casa mia che mi ha confessato che lui frequenta contemporaneamente una chiesa cristiana ed il tempio buddista! Mi piace questa apertura, anche se devo dire che sembra più rara tra i cristiani cinesi, il cui numero va aumentando costantemente.

Finito il mio giro e fatto un po’ di foto ho poi ripreso il traghetto, nel quale questa volta davano un film epico cinese con grossi effetti speciali. Sono arrivato a casa poco dopo le sette di sera sotto un forte acquazzone. Il tempo di rinfrescarmi e di cambiarmi, ed ero di nuovo fuori per andare a cena con Kitade, la mia nuova collega giapponese. Ci siamo gustati un ‘banana leaf rice’, piatto tipico dell’India meridionale: su una grossa foglia di banana ti mettono del riso bollito, dei pappadom (una specie di patatine fritte fatte di farina di riso e legumi) e varie verdure e curry indiani, da mangiare tradizionalmente con le mani. Da leccarsi i baffi!