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La Malesia di Paolo – Episodio 3

Nel suo terzo articolo, il nostro “corrispondente” dalla Malesia Paolo Coluzzi si prende qualche giorno di vacanza e ci porta a visitare le città di Ipoh, Kuala Terengganu e Kota Bharu.

Kuala Lumpur, 3 marzo 2011 – Appena mi è possibile cerco di uscire da Kuala Lumpur per esplorare un po’ questo incredibile Paese. Il fine settimana passato, ad esempio, me ne sono andato ad Ipoh, una città di poco più di 600.000 abitanti che si trova a circa 200 chilometri a nord della capitale. Nel Sud-est asiatico le città non sono mai così interessanti dal punto di vista storico ed artistico come lo possono essere in Europa, un po’ perché molte di esse si sono sviluppate solo di recente, e un po’ perché nel passato si costruiva quasi tutto col legno, una materia prima di cui questi paesi, con le loro distese di giungla, erano ricchi. Fanno di solito eccezione gli edifici religiosi, almeno quelli più importanti, che spesso venivano costruiti con materiale più durevole. Comunque è notorio che la bellezza del Sud-est Asiatico sta più che altro nella natura, la cultura locale e il modo di percepire la vita, così differenti da quelli europei; queste almeno solo le ragioni per cui io sono qui.

Ipoh non fa eccezione a quello che dicevo: fino a un secolo e mezzo fa non era altro che un piccolo villaggio nel mezzo delle foreste che ricoprivano la valle del Kinta, ma poi sotto gli inglesi divenne un centro minerario importante per l’estrazione dello stagno. E così poco a poco gli inglesi vi costruirono edifici coloniali, gli indiani i loro templi e moschee, i cinesi le loro case bottega, tutti edifici che esistono ancora e rendono una visita alla città interessante. Insieme ai vari templi e moschee, le case bottega cinesi sono diventate oramai una caratteristica del paesaggio urbano malesiano o singaporese: si tratta di case normalmente a due piani costruite una accanto all’altra, con un portico al pianterreno davanti alla bottega gestita dalla famiglia cinese che viveva di sopra, al primo piano. Ma oltre a questi interessanti edifici – molto bella la stazione ferroviaria in stile coloniale neoclassico e la moschea indiana di fianco al padang (un grosso spiazzo d’erba nel centro che nelle città malesi funge un po’ da piazza centrale) – quello che mi affascina di Ipoh è la sua atmosfera sonnolenta, rilassata, gli edifici bassi, e soprattutto le colline verdi che la circondano. Tra queste ci sono anche grosse rupi di origine calcarea dentro le quali si sono formate grosse caverne, alcune delle quali sono diventate suggestivi templi buddisti cinesi. Infatti la domenica mattina fatta colazione prendo un autobus che mi porta a sei chilometri a nord della città, dove si trova il tempio di Perak Tong, un enorme grotta cosparsa di altari e altarini, affreschi sulle pareti ed una grossa statua del Buddha di quindici metri. Veramente bello.

La mia ultima ‘uscita’ invece era avvenuta quasi un mese fa, quando mi ero preso qualche giorno per visitare il nord-est della Malesia, approfittando delle feste del Capodanno Cinese. Avevo preso un autobus che mi aveva portato sulla costa orientale della penisola, quella che si affaccia sul Mar Cinese Meridionale, fino ad arrivare alla cittadina di Kuala Terengganu, capoluogo dello stato di Terengganu. Il tratto lungo la costa mi ha fatto ricordare quello che più mi piace di questo Paese: la vegetazione tropicale, la case tradizionali malesi di legno su palafitta, il mare. Kuala Terengganu mi è piaciuta molto, col suo bel lungofiume, gli odori ed i colori del mercato centrale, il suo piccolo ma ben tenuto quartiere cinese… Sono andato a visitare anche un parco tematico molto interessante, il Taman Tamadun Islam, un’ampia zona all’aperto lungo il fiume Terengganu ad ovest della città in cui sono stati ricostruiti in scala ridotta alcuni dei più famosi palazzi islamici e soprattutto moschee del mondo. Quella che vedete nella foto è la moderna Moschea di Cristallo, costruita interamente di vetro ed acciaio vicino al parco.

Da Kuala Terengganu mi sono poi spostato in corriera fino a Kota Bharu, capoluogo dello stato del Kelantan, a due passi dal confine tailandese. Kota Bharu non si può definire una bella città, ma possiede un fascino tutto suo, da città mediorientale, islamica. La sua moschea principale, la Moschea Nazionale, è un bell’edificio completato nel 1925, che a differenza delle moschee più moderne che tendono ad avere uno stile più indiano con una grossa cupola centrale, queste costruite durante il periodo coloniale britannico tendono a svilupparsi in ampiezza piuttosto che in altezza ed hanno spesso la sala delle preghiere ‘aperta’, cioè senza pareti attorno.  Kota Bahru possiede anche alcuni palazzi storici molto belli, come l’Istana Jahar, costruito nel 1887 interamente di legno, che ora alberga il museo delle cerimonie reali, ed altri musei interessanti, oltre ad un mercato centrale dall’atmosfera molto orientale… Ma ciò che ho apprezzato di più della città è la gentilezza della sua gente e l’attaccamento che mostra alle proprie tradizioni, tra cui il teatro delle ombre (wayang kulit), l’arte marziale malese silat e la musica e le danze del teatro tradizionale del mak yong. Fuori città invece ho visitato un paio di templi buddisti tailandesi, frequentati principalmente dalla minoranza tailandese malesiana che vive vicino alla frontiera (dall’altra parte della frontiera, invece, vive una consistente minoranza malese mussulmana).

E dopo tanta città un po’ di natura: il ritorno da Kota Bharu a Kuala Lumpur me lo sono fatto col cosiddetto ‘treno della giungla’, il treno che collega il Nord-est con Gemas, e da lì con Kuala Lumpur e Singapore. Quindici ore di treno attraverso i villaggi, le piantagioni e le foreste del centro del Paese, che io ho spezzato fermandomi una notte nel paesino di Kuala Lipis.