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La Malesia di Paolo – Episodio 5

Questa settimana Paolo ci porta in visita a Kuala Lumpur, la città dove abita e lavora. E ci racconta di come nella stessa città convivano la nuova e la vecchia Malesia.

17 marzo 2011, Kuala Lumpur – Visto che la settimana scorsa ho cominciato a parlare un po’ di Kuala Lumpur, questa settimana ho pensato di continuare a raccontare della città che mi sta ospitando. Kuala Lumpur, un milione e mezzo circa di abitanti, non si può dire sia una città bellissima, e nonostante la gente in generale sia gentile e disponibile, i sorrisi e l’affabilità così comuni nel resto del Paese qui sono più rari. Fino alla metà del diciannovesimo secolo qui c’era solo giungla subtropicale; Kuala Lumpur infatti, significa letteralmente foce o confluenza di fango perché sorta alla confluenza di due fiumiciattoli che dovevano essere parecchio melmosi!). Fino a una quarantina d’anni fa Kuala Lumpur era un centro di modeste dimensioni formato principalmente da casette di uno o due piani e qualche edificio coloniale inglese (fino al 1957 la Malesia era una colonia britannica). Ora però Kuala Lumpur è una città moderna che sta cambiando ad una velocità impressionante, anche troppo per i miei gusti.

Dappertutto passano superstrade e linee ferroviarie sopraelevate, sorgono nuovi grattacieli, centri commerciali, alcuni dei quali di dimensioni mastodontiche. Il traffico è intenso a tutte le ore del giorno e la gente è dappertutto che lavora o fa affari. Soldi, soldi, gente ricca, gente povera che cerca di sopravvivere… Non mi piace il traffico, gli edifici che prendono il posto dei tratti di giungla che ancora rimanevano in città o dei villaggi di modeste case di legno, questo consumismo sfrenato… Eppure parallela a questa Kuala Lumpur ce n’è una più a misura d’uomo, con le sue case bottega, i giardini, i vecchi palazzi coloniali. In realtà sembra che due città completamente diverse convivano nello stesso spazio geografico: la Kuala Lumpur moderna, quella che si è sviluppata negli ultimi quindici anni nella zona dove si trovano ora decine di grattacieli, tra cui le torri Petronas a cui ho accennato la scorsa settimana, quella dei grossi hotel e dei centri commerciali attorno a Bukit Bintang.

E poi c’è la vecchia Kuala Lumpur coloniale, quella dei vecchi templi cinesi e indiani e delle case bottega del quartiere cinese, delle vecchie moschee (quella nella foto è Masjid Jamek, la moschea più vecchia della città) e degli edifici coloniali in stile indiano attorno alla Piazza Merdeka. Parte di questa Kuala Lumpur d’altri tempi, un po’ lasciata andare, è anche la lunga via Tuanku Abdul Rahman, con le sue botteghe indiane e ancora edifici coloniali, che porta fino al mercato di Chow Kit, da cui si può proseguire fino a Kampung Baru, un vero e proprio villaggio malese nel centro della città. Vecchio e moderno mescolati assieme, e spesso in maniera decisamente anarchica. È anche per questo che Kuala Lumpur non somiglia a nessuna città europea, e non solo per il clima e la vegetazione subtropicali o per la gente che affolla le sue strade. Basta prendere uno qualsiasi dei treni sopraelevati che la attraversano perché risulti subito chiaro che questa non potrebbe mai essere l’Europa: se le casette e il verde potrebbero alla lontana far pensare all’Inghilterra, i tratti di giungla verdissimi che ancora resistono sulle colline sparse per la città e attorno a essa, i grattacieli e casermoni che spuntano qui e là, i minareti e le cupole delle moschee, i gopuram, o portoni d’entrata dei templi indiani, con i loro bassorilievi carichi di figure mitologiche, i tetti spioventi con le punte all’insù dei templi cinesi con i loro dragoni, fanno capire senza ombra di dubbio che ci troviamo nell’immenso ed antico continente chiamato Asia.

Quando un anno fa decisi di lasciare il Brunei, un paese bellissimo che mi aveva dato tanto ma che cominciava a starmi un po’ stretto, e mi era stata fatta questa offerta di lavorare presso l’Università di Malaya, mi spaventava un po’  l’idea di venire a vivere in una grande città come questa. Ma allo stesso tempo c’era molto che mi attraeva: la possibilità di conoscere gente nuova e di fare una vita sociale un po’ più piena, di seguire qualche corso, di fare ricerca, e soprattutto di esplorare nel tempo libero questo affascinante Paese. E poi nonostante in termini di modernità e consumismo la Malesia odierna non sia molto diversa dall’Europa, ciò che mi affascina profondamente è che la gente, soprattutto i malesi, gli orang asli ed i daiacchi del Borneo, riescano a mantenere alcuni aspetti della propria cultura tradizionale, la propria spiritualità e soprattutto questo modo di affrontare la vita così orientali. Mentre noi in Occidente (ma anche in paesi come la Corea o il Giappone) siamo sempre più aggressivi, depressi, intolleranti, e frustrati per una realtà esterna che abbiamo contribuito a creare ma che non accettiamo, qui la gente riesce di norma ad essere rilassata e a prendere la vita come viene. I cinesi in generale forse ci somigliano di più, ma gli indiani e soprattutto i malesi sembra riescano ad accettare la realtà per quello che è e per questa ragione riescono ad essere più sereni e ad affrontare le difficoltà della vita con un sorriso sulle labbra. Forse il modello di vita che abbiamo esportato dall’Europa farà cambiare questa mentalità, ma per il momento sembra riesca ancora a resistere ed io cerco di farmene influenzare per quel che è possibile…