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Ancora su Seregni e su Libera

30 aprile 2012 – Continua a fare discutere, come si può vedere nell’intervento del nostro lettore, la decisione del candidato della Lega Nord Massimiliano Seregni di non firmare il documento L6 che Libera ha sottoposto a tutti i candidati sindaco. Seregni aveva già motivato le ragioni della sua scelta in una lettera inviata a Libera e da noi pubblicata una settimana fa (leggi qui).

Caro Seregni,
vorrei esprimere un commento in merito alla posizione che lei ha espresso sul tema dell’adesione al documento di Libera, che impegna a non mettere in lista candidati rinviati a giudizio o condannati in primo grado per reati di mafia o contro la pubblica amministrazione o per delitti non colposi contro la persona o il patrimonio. In sostanza lei sostiene, a dire il vero in maniera argomentata, che non sottoscriverà il documento L6 di Libera con due principali motivazioni:
1) Chi viene rinviato a giudizio o condannato in primo grado non può e non deve essere considerato colpevole sino al terzo grado di giudizio.
2) Nella lista dei reati indicati da Libera insieme ad alcuni molto gravi ve ne sono altri di minore rilevanza, quale il classico furto della mela nel supermercato, che sarebbe troppo severo voler sanzionare.

Mi permetto di dissentire dalle sue argomentazioni, con una considerazione di fondo: a mio avviso chi si candida a rivestire una carica pubblica e rappresentare tutti noi deve essere un cittadino al di sopra di ogni sospetto e dalla fedina penale immacolata. Non potrebbe infatti esercitare le sue prerogative con la necessaria serenità e non avrebbe l’opportunità di difendersi, dedicando tutto il tempo e l’impegno necessario. Nella gran parte dei paesi progrediti quanto propugnato da Libera è ormai entrato di fatto nel DNA dei vari partiti e pure i politici in attività avvertono questo problema: quasi sempre, ancor prima di essere rinviati a giudizio, alla prima avvisaglia di inchiesta giudiziaria con un minimo di fondamento presentano le loro dimissioni, anche perché l’opinione pubblica non tollererebbe una loro permanenza in carica. Se poi verranno prosciolti, potranno tornare con tutti gli onori e le scuse del caso ad occuparsi di politica. Avremo forse perso qualcosa (nel caso che si fosse trattato di un vero errore giudiziario, caso statisticamente molto raro), ma si darebbe la garanzia ai cittadini che i loro rappresentanti siano persone moralmente impeccabili e senza macchia alcuna. In conclusione, ritengo che chi si impegna ad assumere incarichi politici debba accettare un vaglio più severo di quello richiesto ai comuni cittadini e debba essere di norma moralmente migliore della media di chi rappresenta: anche in questo modo si potrà riconquistare la fiducia dei cittadini, in questo momento storico estremamente critici nei confronti della classe politica.

Cordialmente
Carlo Brusadelli

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