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Via dell’Onestà numero 56 milioni

Pubblichiamo questa lettera di Michela, una studentessa del quarto anno del Liceo Fontana, che probabilmente affronta temi che vanno oltre Arese e quindi un po’ al di fuori della nostra linea editoriale. Lo facciamo perché comunque lo sfogo di Michela prende spunto dall’esperienza di cogestione del Fontana (leggi qui) e soprattutto perché, Arese o Italia che sia, la lettera dimostra che i giovani non sono spettatori disinteressati di ciò che li circonda e che, al contrario, hanno molto da dire. Probabilmente Michela e quelli come lei, oltre a vedere pubblicato il loro sfogo su un sito, meriterebbero attenzione nei fatti e non solo nelle parole, cosa che tipicamente succede nel nostro paese.

12 maggio 2011 – Sono una ragazza di diciotto anni, con le mani colme di domande, di sogni da tramutare in progetti e gli occhi carichi di rabbia e sgomento. Gli occhi bruciano di fronte alla società, ambasciatrice di ingiustizia, disparità, precarietà e di NON Democrazia. Per quanto mi ostini a strofinarli, come fossi reduce da un sonno di abissale incredulità…non basta! Bisogna fare qualcosa! Dobbiamo fare qualcosa per il nostro paese. Dobbiamo custodire la storia e la bellezza artistico-culturale della nostra Italia, violentata dalla megalomania, dall’ignoranza,  dall’ipocrisia, dall’inutile retorica e dalla disonestà non solo di chi la governa, ma anche di chi la popola; di chi vive le sue realtà quotidianamente e non sa amarla abbastanza.

Probabilmente è proprio questo il punto: un sentimento di appartenenza non così forte nei confronti delle proprie radici, che si limita ad un fiacco interesse di rappresentanza, quasi mai legato al bene collettivo ma bensì alla propria tasca. Eppure esistono giovani che amano l’Italia e sperano di poter investire le loro energie per migliorare sé stessi e la società. Sono una idealista? Forse! E sono orgogliosa di esserlo. Un’idealista affamata di storia, perché “la storia siamo noi”. Da quando in maniera più matura e consapevole ho saputo accogliere a pieno il significato di questa frase, ogni qual volta mi capita di leggerla o ascoltarla suscita in me un’ emozione travolgente che coltiva dentro un senso di responsabilità e nutre la mia identità di cittadina italiana e del mondo. Un’emozione che ho la necessità di voler condividere con i miei coetanei, la mia famiglia e a scuola attraverso attività di confronto, filtrato da forme espressive differenti (l’arte o la musica ad esempio) o in occasioni costruttive come quella della cogestione. L’esperienza di cogestione che il mio mitico liceo artistico, il Fontana di Arese, ha vissuto i primi di aprile grazie ad un’ organizzazione collaborativa tra alunni e professori. E fra le attività, abbiamo organizzato con il prof. Rollino, in qualità di esperto sul fenomeno “camorra”, un seminario a tema con un film e dibattito.

Le mie riflessioni: il popolo italiano dalla unità in poi si è lentamente alfabetizzato alla vita politica, è stato chiamato a scegliere tramite referendum, e si è espresso. Ha preso coscienza di essere  individuo politico. 
Ma negli ultimi venti anni l’italiano medio si è tramutato in “spettatore”, per giunta distratto, superficiale ed individualista. Conseguenza, probabilmente, di un  declino della “scienza politica”, esercitata per altro in maniera personalistica  e poco motivata socialmente. Forse perché gli obiettivi che ciascuno si pone per il raggiungimento dei diritti a beneficio della collettività, mancano di quel comportamento etico caratteristico del cittadino. Sebbene non si possa chiedere ad un uomo qualunque di divenire eroe della propria patria, è legittimo reagire in maniera critica e partecipare attivamente non solo alle scelte del paesello in cui abitiamo, ma anche a quelle nazionali.

E qui ho scoperto le attività criminali di ’ndrangheta, camorra e mafia: ho capito dal film e dal dibattito che è seguito che questi fenomeni non possono essere relegati nella cerchia delle problematiche di un numero limitato di regioni, in cui tali associazioni sono nate. Le organizzazioni sono una faccenda italiana, un ostacolo che tutti gli italiani sono in dovere di affrontare e abbattere con l’onestà, senza fingere una accomodante convinzione o una ipocrita incredulità. Dal momento in cui coloro ai quali abbiamo affidato il mandato, abbiamo delegato il potere del popolo sovrano, non agiscono adempiendo al meglio i propri compiti amministrativi e giuridici, permettono che il germe criminale mafioso contamini le svariate realtà del paese; da ciò son nate quelle di povertà e quei disagi che fertilizzano il terreno della criminalità, per altro alimentato da politiche burocratiche. Così l’abilità delinquenziale, che è andata via via perfezionandosi, è territorialmente dilagata. Si è modernizzata, si è appropriata delle nuove tecnologie. Si insinua in ogni tessuto sociale, da quello economico-finanziario a quello socio-culturale, con sostanziali differenze di azione tra nord e sud. Questo sviluppo parallelo della criminalità organizzata corrisponde alla assenza delle istituzioni. Anzi, è la finestra aperta per fasce sociali dimenticate dalle istituzioni, dà loro identità, un precario valore personale e libertà economica; seppur improntate su un mondo di violenza, omertà, illegalità e corruzione. La difficoltà nel perseguire la strada della giustizia e dell’etica non si riscontra, purtroppo, solamente là dove regnano la miseria, la disoccupazione, la ignoranza. Anche nel mondo dell’imprenditoria e della gestione territoriale e politica di tutta Italia riscontriamo l’attività della criminalità organizzata. Troviamo esempi dell’attività delle mafie in campo commerciale e industriale al nord Italia, dove la violenza e la corruzione sembrano voler nascondersi dietro il velo di una falsa “purezza”, solo perché magari si usano meno le pistole rispetto a quanto accade nelle periferie di Napoli, Palermo o in Calabria dove domina la ‘ndrangheta.

E’ davvero così difficile scegliere la Giustizia, la Verità , la Cultura? Forse noi italiani non ci amiamo abbastanza, forse ci piace così tanto il calore della nostra poltrona da spettatore, da non esporci mai troppo all’entusiasmo o allo sdegno, alla rabbia. Manovrati dai fili del nostro burattinaio mediatico, comodi e virtualmente coraggiosi, abbandonati a libertà e soddisfazioni illusorie, sempre e comunque imperturbabili innocenti ed estranei. Si ricordi che la storia dell’Italia è ognuno di noi, nessuno escluso.

Michela, orgogliosa di essere italiana,
Liceo Artistico Fontana, Quarta C