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Associazione aresina aiuta i bimbi brasiliani

16 novembre 2011 – La terza puntata del Brasile di Alberto, dalla solita rubrica degli Aresini nel mondo si sposta in cronaca, perché il tema di questo episodio coinvolge direttamente anche l’associazione di Arese “Uniti per la vita” che ha sposato e appoggiato un progetto umanitario a Pedra d’Água.

Tutto cominciò quando l’amico Emilio Bonini mi disse che l’associazione Uniti per la vita di Arese voleva appoggiare qualche progetto nuovo in Brasile. Fu fissato un incontro per presentare  le iniziative di volontariato in cui sono coinvolto in prima persona nello stato della Paraíba, nord est del Brasile. In particolare, mi soffermai sull’esperienza di Casa dos Sonhos e sul progetto di appoggio alle comunità quilombolas della regione. Se fu facile parlare dell’attività in favore di un centinaio di bambini di una favela nel comune di Santa Rita, periferia della capitale João Pessoa, alquanto impegnativo fu illustrare la realtà e il lavoro con le comunità quilombolas. Già i termini “quilombo” e “quilombola” suonavano nuovi agli orecchi dei miei ascoltatori. Dovetti così spiegare che “quilombo” era il termine usato durante i secoli bui della schiavitù per definire il luogo dove si rifugiavano gli schiavi fuggiti dalle fazendas per sottrarsi al lavoro forzato e riacquistare la propria libertà.

Non era facile sopravvivere lontano dai centri abitati e continuamente braccati dalle bande paramilitari assoldate dai fazenderos e dal potere pubblico per catturare i fuggitivi e cercare di porre fine ad un fenomeno che nei fatti, con il suo esempio, poteva mettere in crisi il sistema schiavistico. Nonostante tutto, molti quilombos riuscirono a sopravvivere negli anni, continuando la loro esistenza anche dopo l’abolizione della schiavitù (13 maggio 1888). Anzi, molte altre comunità di afro-discendenti si formarono dopo l’abolizione. Allontanati dalle fazendas senza alcun tipo di indennizzo, molti ex schiavi si ritrovarono all’improvviso senza terra e senza lavoro. Vari nuclei familiari dovettero così accontentarsi di occupare qualche brandello di terra ancora libera, generalmente in posti impervi e isolati, dove cercare in qualche modo di riorganizzare la loro vita. Senza risorse e mezzi economici a disposizione queste comunità non ebbero alcuna possibilità di sviluppo e quindi rimasero fino ai nostri giorni ai margini della società, isolate e discriminate. Dopo l’approvazione della nuova costituzione del 1988 e, soprattutto, grazie al decreto di applicazione del governo Lula nel 2003, il problema dei diritti dei quilombolas ha finalmente trovato una, seppur lunga e difficile, possibilità di via di uscita. L’obiettivo principale è garantire il diritto alla terra affinché le comunità quilombolas possano finalmente trovare mezzi sufficienti di sostentamento e poter così mantenere vivo il loro patrimonio culturale e umano. Nello stato della Paraiba è l’associazione AACADE (Associazione di appoggio alle Comunità afrodiscendenti), di cui io faccio parte, che si occupa delle varie problematiche legate alle comunità quilombolas. Ad oggi seguiamo un totale di 38 comunità aiutandole sia sotto l’aspetto giuridico che con vari progetti di sviluppo attraverso lo strumento del microcredito.

Facciamo anche molti corsi di formazione, soprattutto per i giovani e le donne, nei più svariati campi, che vanno dal taglio e cucito, all’alimentazione con prodotti naturali, all’allevamento di animale da cortile eccetera. Tutto questo è possibile soprattutto grazie al generoso aiuto e sostegno di varie associazioni e amici italiani. E’ in questo filone che si è inserita anche l’associazione “Uniti per la vita” di Arese. Il primo progetto in cooperazione con l’associazione di Arese è sorto nella comunità quilombola di Pedra d’Água. Si tratta di una comunità composta da 193 famiglie per un totale di 490 abitanti. Per l’istruzione di base ci si serve di un’edificio dove si svolgono le lezioni per 22 bambini dell’asilo e 52 alunni del primo quinquennio di quello che in Brasile si chiama “ensino fundamental”, l’equivalente delle nostre scuole elementari. Già l’edificio presenta evidenti problemi dovuti allo stato inadeguato e fatiscente della struttura. Le aule a disposizione sono soltanto due, una delle quali è addirittura senza finestre. Ambedue sono comunque inadeguate per qualsiasi tipo di didattica. Esiste un altro piccolo locale che viene usato come cucina per la preparazione della refezione scolastica, dispensa, sala riunioni, ufficio di direzione e di segreteria eccetera. La carenza di locali obbliga ai doppi turni (che peraltro sono una costante in tutto il Brasile) e, cosa ben peggiore, alla prassi delle classi multi serie. Vediamo alcuni esempi. Il primo e il secondo anno formano una unica classe di 18 alunni che vanno dai 6 ai 10 anni; 9 sono regolari, 6 sono ripetenti di un anno, 2 di due anni e 1 di tre. Non è difficile immaginare come sia arduo il compito dell’insegnante alle prese con il processo di alfabetizzazione degli alunni di prima e che, nello stesso tempo, dovrebbe dedicare attenzione ai problemi di apprendimento dei ripetenti di vari anni (praticamente la metà della classe).

La situazione della terza e della quarta è ancora più drammatica in quanto i 19 alunni da cui è formata la classe hanno un’età che va dai 9 ai 16 anni. Solo 6 sono in linea con l’età, tutti gli altri sono ripetenti da uno a sette anni. La quinta è formata da 15 alunni con età compresa tra i 10 e i 14 anni; 6 sono regolari mentre gli altri nove sono ripetenti di svariati anni. Ovviamente le cause di una situazione così disastrosa sono molteplici, ma è innegabile che la situazione “ambientale” sia una di quelle fondamentali. Il risultato è che la maggior parte dei bambini di Pedra d’Água non arriva nemmeno alla conclusione del primo ciclo di studi e abbandona senza aver imparato a leggere e scrivere il minimo indispensabile per non entrare a far parte dei cosiddetti analfabeti funzionali. Tutto questo avviene nel quasi totale disinteresse dell’amministrazione pubblica, il comune di Ingà, il quale, tra l’altro, lascia molto a desiderare anche per la situazione della strada di accesso alla comunità e per il trasporto scolastico dei 54 alunni che proseguono gli studi nella frazione di Pontina (due chilometri di strada sterrata). Per non parlare della refezione scolastica generalmente di pessima qualità, quando addirittura non manca (il che succede molto spesso). Ma di tutto questo parleremo un’altra volta. Oggi vogliamo invece illustrare il progetto Escrilendo al quale si è potuto dare avvio grazie all’aiuto dell’associazione di Arese Uniti per la vita. Da circa due anni Casas de Leitura e Casa dos Sonhos stanno lavorando in sinergia per sviluppare metodologie adeguate a incentivare l’amore per la lettura e la scrittura in situazioni di estrema carenza socio culturale.

E’ in questo contesto che è nato il progetto Escrilendo, un insieme di esperienze sul campo che si sono consolidate attraverso svariate iniziative: narrazione, lettura collettiva e singola, prestito organizzato di libri, scrittura di piccoli racconti, teatro, circo, scuola di fotografia, eccetera. Senza alcuna pretesa scientifica e convinti di avere sviluppato una serie di “best practices” abbiamo deciso di “esportare” la nostra esperienza in altri contesti carenti. La scelta di Pedra d’Água è scaturita dalla drammatica analisi della sua realtà scolastica fatta da Alberto Banal che, oltre a essere coordinatore Casas de Leitura, dedica parte del suo impegno di volontariato alla promozione e sviluppo delle comunità afro-discendenti delle quali la stessa Pedra d’Agua fa parte. Una volta conclusa l’analisi della situazione e stabiliti gli obiettivi dell’intervento, la prima tappa è stata la scelta e la formazione delle future animatrici del progetto di Pedra d’Agua: Rosy di 19 anni e Josefa di 18, ambedue nate e cresciute nella comunità. Il processo formativo è stato gestito da Danielle, coordinatrice di Escrilendo: tre giorni intensi di lavoro teorico e pratico, una full immersion nell’esperienza di Casa dos Sonhos. La settimana successiva è stata dedicata alla supervisione logistica nella comunità e alla preparazione della programmazione delle prime settimane di lavoro. Il 12 ottobre abbiamo organizzato un’assemblea con i genitori dove è stata presentata l’analisi della situazione della scuola della comunità e illustrato il progetto Escrilendo. La reazione è stata entusiasta e la quasi totalità delle famiglie ha deciso di iscrivere i loro bambini. Ai ragazzi più grandi e ai giovani è stata data l’opportunità di partecipare ad un corso di fotografia e così ci siamo trovati con 58 iscritti alle varie attività, praticamente quasi il doppio del previsto. Il 25 ottobre sono iniziate le attività: tre giorni alla settimana per tentare di recuperare il tempo perduto. Sappiamo che non sarà facile e che il cammino sarà lungo e lento. Ma vale la pena tentare perché, come si dice qui in Brasile, “se Deus quiser, tudo vai dar certo!” (A Dio piacendo, tutto andrà bene!). Se poi va bene anche agli uomini, ancora meglio!