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Stefano Carli: vi racconto il Covid-19 visto da (molto) vicino

26 novembre 2020 – Un paio di settimane fa, l’aresino Stefano Carli ha voluto condividere su Facebook la sua terribile esperienza con il Covid-19. Gli abbiamo chiesto il permesso di pubblicarla anche su QuiArese, perché contiene riflessioni e informazioni utili e condivisibili.

La mia esperienza con il Covid

Vivere e superare questa drammatica esperienza mi ha cambiato profondamente. Sento il bisogno di spiegare quanto sia subdolo questo male, quali scelte decisive ho assunto che mi hanno salvato, come ho vissuto la traumatizzante esperienza nel Pronto Soccorso, come ho visto morire gente accanto a me, e inoltre spiegare a tutti le assurde condizioni di lavoro e il rischio costante degli operatori sanitari, giovani ragazzi e ragazze che hanno in mano le vite dei malati ma restano sottopagati e spesso poco considerati. Infine, voglio abbattere il negazionismo Covid ed evidenziare le vere condizioni dei Pronto Soccorso da dove passa tutta la sofferenza umana di chi non sa più a chi affidarsi.

Covid – fase 1

La mattina del 13/10 era proprio bella, calda e soleggiata. Ero contento della partita di golf del giorno prima, condivisa con un grande giocatore professionista che mi aveva insegnato cose preziose del mio gioco preferito. Faceva così caldo (il 12/10) che gran parte della partita la feci con una semplice polo. Forse fu per questo azzardo fuori stagione che la mattina del 13/10 mi alzai con un po’ di tosse e una sensazione strana di febbre in salita.

“Sarà una infreddata” – pensai – ma alla sera la tosse aumentò, come pure la febbre. Il giorno dopo, il 14/10, comparvero due strani sintomi: una dissenteria inusuale e una perdita di appetito. A questo punto il 15/10 chiamai il medico curante che capì subito il problema e mi consigliò di fare immediatamente un tampone Covid.

Per ridurre i tempi, prenotai per il 16/10 presso un centro medico privato ed il 17/10 ebbi il più terribile dei responsi: positivo. Subito il mio medico curante prescrisse il protocollo standard, con antibiotico, eparina e cortisone. In breve i sintomi sparirono, la febbre calò e il 20/10 sembrava che la fase 1 fosse conclusa. Mi apprestavo così ad attendere la fine della quarantena per fare il tampone di uscita.

Covid – fase 2

Purtroppo mi sbagliavo. Grazie al controllo giornaliero con il saturimetro, dal 21/10 cominciai a registrare dati in picchiata, fino a toccare la soglia importante del 90%. Il mio medico curante prescrisse il 22/10 una Rx toracica di controllo, ma non riuscii ad eseguirla perché come paziente Covid venivo rifiutato da tutti gli ospedali e centri specialistici.

La scelta decisiva

Non mi ero accorto che un principio di polmonite stava penetrando subdolamente in me, iniziando a danneggiare i polmoni in modo asintomatico. Infatti, respiravo bene, parlavo e camminavo, forse appena in affanno, ma niente febbre e solo un po’ di tosse. Quando il 23/10 la saturazione scese sotto il 90% il mio medico ruppe gli indugi e decise (cosa assai inusuale di questi tempi) di visitarmi a casa il 24/10. Un’auscultazione dei polmoni e una misurazione della saturazione con un saturimetro professionale confermarono i sospetti di polmonite.

Immediatamente mi convinse a recarmi al Pronto Soccorso dell’ospedale di Garbagnate per un esame del sangue ed i RX al torace. Alle 20,30 del sabato sera del 24/10 uscii di casa con uno zainetto con poche cose e salutai mestamente mia moglie come il pescatore che salpa verso un mare nero e tempestoso. Non la rividi per 16 giorni.

Il Pronto Soccorso

Arrivai al buio, in auto, da solo e aspettai nel triage Covid per cinque ore insieme al mondo dei potenziali Covid in attesa del loro triste ma scontato riscontro. Alla una di notte fui visitato da un bravo medico che eseguì subito una Emogas (esame del sangue arterioso che misura la saturazione profonda nei polmoni) e la famosa Rx al torace. Agghiacciante la sentenza: “Lei questa notte non si muove di qui, la dobbiamo trattenere”.

Passai la notte su una barella in uno stanzone affollatissimo del triage, con una cannula di ossigeno nel naso. Prima notte tra gente che si lamentava e tanti movimenti di entrata ed uscita ma avevo solo bussato alla porta dell’inferno.

L’inferno si presentò con tutti i suoi ruggiti il giorno dopo, quando fui trasferito in terapia sub-intensiva del Pronto Soccorso e mi fu detto che la situazione era grave, ma che se avessi collaborato non sarei andato in rianimazione, evitando la temutissima “intubazione”. Non riuscii a capire cosa intendessero per “collaborazione”, ma poi capii e mi prese il terrore.

25/10: Il Pronto Soccorso nella parte della terapia sub-intensiva è di per sé un luogo da medicina di guerra. In continuo arrivano pazienti solo Covid nelle più svariate condizioni, uomini e donne. Gli operatori sanitari correvano da un letto all’altro, avvolti nella regola del tre (tre tute, tre guanti, tre mascherine) che rendono il loro lavoro faticosissimo, trasformandoli in angeli/demoni senza volto e senza espressioni.

I dirigenti ogni sei ore scendevano e richiedevano nuovi posti letto, requisendo i corridoi, le salette di supporto, ogni buco che potesse contenere un letto veniva sfruttato. L’umanità dei malati si scioglieva nei lamenti inascoltati da operatori presi come erano a rianimare arresti cardiaci e inserire drenaggi polmonari, operando sul letto stesso del paziente. Vidi il primo morto che non superò un lungo massaggio cardiaco.

Il 25/10 sera mi presentarono l’orco, cioè il famoso casco per l’ossigenazione forzata. Fui trasferito nella Shock Area, e il nome credo non sia stato dato a caso. Mi fecero indossare un casco di plastica pieno di tubi e ganci che mi ingabbiavano e m’impedivano di girarmi o di sdraiarmi. Un immediato senso di claustrofobia mi assalì appena lo sigillarono tutto intorno alla mia testa, lasciando due centimetri tra il naso e le pareti di plastica. Ma appena l’orco cominciò a urlare fu il panico.

Un rumore assordante come quello di un aspirapolvere impazzito fece partire una pompa che spingeva ossigeno giù, giù verso i polmoni. Il respiro partì a mille e cominciai a sudare, gli occhi incominciarono a bruciare e dopo pochi minuti la gola era ormai secca e mi venne subito l’istinto di liberarmi. Chiamai aiuto, ma c’era troppo caos intorno. Un paziente urlava per dolori al petto e un altro cominciò una danza assurda di tremori sul letto che ben presto si fermò. Era il secondo deceduto.

Capii allora che sarei sopravvissuto a quel girone dantesco se fossi riuscito a “collaborare” con l’orco. Diversamente sarei stato presto intubato in terapia intensiva di cui avevo letto che Il 50% non superava la prova. Mi ricordai gli insegnamenti di yoga e di training autogeno che aiutano a dominare i comportamenti istintivi del corpo, e cominciai a provare ad auto calmarmi e a collaborare.

Passarono così il 25 e il 26, senza mangiare né muovere la schiena piegata a 90 gradi sulla stessa brandina del triage, che ben presto cominciò a bruciare come il fuoco. Gli operatori sanitari faticavano a star dietro alla somministrazione delle terapie e solo con grandi gesti riuscii a comunicare con loro per ottenere un po’ d’acqua. Non c’era sulla lettiga il classico pulsante di allarme.

La notte del 27/10 fu la più brutta: non mangiavo dal 24 a pranzo e rimpiansi di aver avanzato qualcosa nell’ultimo pranzo a casa. I vicini sofferenti piangevano, litigando con la costrizione del casco, ma non erano visibili perché non ti puoi girare. Resti solo con il tuo problema, ognuno pensa solo a se stesso, mosso da uno spirito di sopravvivenza egoista, ma triste.

Il telefono con scheda Vodafone non funzionò mai e quindi non riuscivo a comunicare se fossi vivo, né a rispondere alle chiamate che mi immaginavo sarebbero cresciute sempre più. Intorno il mondo si accalcava per cercare un posto in quel dannato reparto, unica speranza per sopravvivere ai devastanti colpi di tosse.

La svolta

Il 28/10 una infermiera pietosa trovò finalmente un letto normale, morbido e regolabile elettricamente. La mia schiena ringraziò. Cominciai a mangiare qualcosa nelle pause che adesso l’orco mi concedeva. Appena mi veniva tolto il casco approfittavo per bagnarmi la faccia, grattarmi la lunga barba incolta, soffiarmi il naso. Le braccia ormai nere perché bucate più volte per i numerosi e dolorosi prelievi (Emogas arterioso è particolarmente doloroso ed emorragico), la pipì con il pappagallo, la maglietta ormai sudicia da quattro giorni… Un disastro. 

Di notte l’orco non ti consente di dormire, e solo a sfinimento ti appisoli qualche mezz’ora per poi risvegliarti tra gli incubi: non sai più dove sei, le crisi di panico, iperventilazione, calore ovunque. Ma dovevo resistere.

Il 29/10 arrivano i primi dati di miglioramento e quindi cominciamo a ridurre le ore dell’orco a favore della più gestibile mascherina a ossigeno. Avevo forse superato l’abisso. Intorno, i malati che si aggravavano venivano trasferiti in terapia intensiva e il loro posto veniva occupato subito da nuovi disperati che non respiravano. Ammirevoli e instancabili, i medici cominciarono anche a tenere i contatti con le famiglie usando i loro telefoni. Parlai con mia moglie la sera del 29/10 e piansi nel sentire la sua voce.

Gli operatori sanitari, sudati fradici fin dalle prime ore del turno, lavorano in condizioni difficilissime, con gli occhiali appannati, le dita cotte dall’umidità di tre paia di guanti, facendo fatica a trovare le vene, ad aprire e chiudere ossigeno, a praticare le medicazioni. Il tutto per turni massacranti e per stipendi da cooperative.

Il 30/10 vedo l’orco solo la notte, la situazione migliora ancora di più e il 31/10 sarà l’ultima notte con lui. Gli incubi mi seguiranno, ma il patto di collaborazione ha funzionato. Forse adesso sono fuori.

Via dal Pronto Soccorso

Il 31/10 vengo trasferito nel reparto di pneumologia sempre sotto ossigeno, ma tramite una comoda, mascherina. Il reparto è come un’oasi dopo la traversata del deserto a piedi. Ti abbandoni al sonno perso in sette notti di orco. Finalmente dormi anche sul fianco, mangi cibi caldi da sogno anche se a casa tua storceresti il naso, utilizzi il bagno in autonomia, ti godi l’alternarsi ordinato della routine di un ospedale non di guerra.

Ti puliscono, ti controllano le terapie, ti fanno mangiare, parli con i medici, ti sistemano il letto, la fisioterapia, cominci a camminare, vedi la fine del tunnel. Cominci a parlare con i vicini di letto: l’umanità non urla più il suo dolore, si unisce nel percorso di guarigione, finalmente emerge la solidarietà, ci si scambiano le esperienze.

Ormai i progressi sono galoppanti: dimentico il letto, sto sempre più in piedi e finalmente arriva la riduzione dei medicinali, si toglie il monitoraggio che ti trovavi sempre dietro la schiena, incomincio a respirare in autonomia.

Il 3/11 siamo quasi arrivati all’obiettivo di 200 nella saturazione profonda alveolare, adesso sono io che incalzo il Covid, lo bracco ovunque, non gli dò tregua: esercizi di ventilazione, camminate nel corridoio, vedo una bilancia… 15 giorni fa ero 82 kg. Salgo timido e non ci credo: 74 kg. Il Covid mi ha rubato 8 kg e un vetro impietoso mi dice dove li ho persi.

Il 5/11 ormai sono solo con ossigeno di supporto mobile. Lo sto azzannando questo bastardo Covid, non lo mollo, voglio il suo scalpo. Dal 6 al 9 il supporto di ossigeno è in riduzione, lottando però per mantenere la saturazione sopra il 95%.

Il 10/11 è data importante: le dimissioni. Riprendo la mia auto ancora parcheggiata in ospedale e guido verso casa ma – esausto – non riesco a comprare un mazzo di i fiori per mia moglie. Sarà comunque il nostro più bel anniversario di matrimonio.

Cosa ho imparato da questa esperienza:

  • Non si può stare più di tre giorni con febbre alta senza esami di controllo
  • Il saturimetro è la sentinella più importante: usalo sempre 
  • Le terapie anti Covid devono essere clusterizzate e standardizzate presso i medici di famiglia, non si deve improvvisare.
  • Ogni giorno perso in un atteso ed improbabile miglioramento ti fa sprofondare nelle sabbie mobili della polmonite
  • Sotto il 90/93% di saturazione farsi prescrivere subito Rx torace e prelievo Emogas 
  • Non farsi prendere dal panico durante il primo periodo di ricovero in Pronto Soccorso, vero “passaggio agli inferi”
  • Prima ti fai ricoverare, prima inizia l’inversione della curva di discesa
  • Non mollare e pensa sempre di farcela anche nei momenti più drammatici

Cosa dobbiamo dire a tutti:

  • Imparate a difendervi bene con mascherine adeguate FFP2 e, nei posti più affollati, anche con la visiera per proteggere gli occhi
  • Monitorare ogni eventuale sintomo e non aspettare troppo per fare esami specialistici in caso di test positivo e persistenza della febbre
  • Informare i giovani del loro enorme potenziale infettivo verso gli adulti nel caso di una loro positività, anche se per loro non rappresenta quasi mai un grosso problema
  • I giovani devono conoscere le enormi sofferenze che possono arrecare ai loro parenti in caso di contagio e devono essere consapevoli del loro potenziale distruttivo
  • Il Covid colpisce circa il 5% dei soggetti con tampone positivo nel modo che vi ho descritto. Di questo 5%, un 1% muore quasi subito, un altro 1% va in terapia intensiva a pancia in giù per essere intubato
  • Non credere alla favola dei negazionisti sulla situazione non critica dei Pronto Soccorso. Chi non crede deve provare solo una notte e vedrai come si ricrederà.

Cosa non sappiamo degli ospedali:

  • Ho personalmente riscontrato l’affollamento incredibile dei Pronto Soccorso, la gestione delle problematiche a livello di medicina di guerra, il convulso alternarsi di crisi e drammi personali, la mancanza di spazi, la mancanza di personale, la pressione delle ambulanze in attesa.
  • Bisogna far sapere che la crisi dei Pronto Soccorso non è una invenzione dei politici, né uno strumento per ottenere vantaggi per gli ospedali: è cruda e vera realtà, piena di sofferenze, di umanità piangente, di solitudine, d’isolamento e, alla fine, di disperazione. 
  • I medici e gli operatori operano in una difficoltà incredibile, a cominciare dai sistemi di sicurezza che li espongono continuamente al contagio. 
  • Chi di noi lavorerebbe 8 ore al giorno in un ambiente chiuso in cui sono affollati decine di positivi Covid con il massimo di carica batterica? Lo fareste per 700 €/mese? Sì, gli addetti alla pulizia e alle mansioni più semplici non sono dipendenti dell’ospedale, ma spesso sono cooperative che lavorano per conto dell’ospedale, né più né meno degli addetti alle pulizie dei supermercati. 
  • I DPI che devono indossare rendono i loro movimenti difficili, li fanno sudare come in una sauna, non possono bere per non essere costretti troppo di frequente ad andare in bagno, cambiandosi e rivestendosi completamente, con enormi perdite di tempo e spreco di materiali. Di conseguenza molti usano pannoloni.
  • Ho visto gli occhiali appannati che rendono difficile dosare un’iniezione, aprire un rocchetto di garza adesiva, aprire una confezione sigillata con la plastica. Tre paia di guanti rendono insensibili le dita degli infermieri che fanno fatica a individuare le vene o le arterie per il prelievo, spesso ripetuto con enormi ematomi per il paziente. Le bende adesive che si appiccicano ai guanti ai camici, ti ci avvolgi dentro e non ne esci più.
  • C’è poca considerazione e riconoscenza per questi operatori sanitari e per questi medici.

Conclusione:

  • Il Covid non è una semplice influenza, che presenta solo una piccola % di perdite accettabili.
  • Il Covid colpisce tutto il sistema sociale, le relazioni e la stabilità familiare. 
  • Io credo che nessuno possa permettersi di accettare che “qualche anziano non produttivo” possa essere sacrificato, pur di non ricorrere al lockdown.
  • Nessuno di noi vuole diventare un anello sacrificale sull’altare del fatturato, perché tutti noi abbiamo un parente anziano e tutti noi amiamo la nostra famiglia.
  • Il Covid è il nostro nemico. Il nemico di tutti.

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